Pisa
Leopardi giunse a Pisa il 9 novembre 1827, per sfuggire ai rigori dell’inverno fiorentino, e vi si trattenne (in via della Faggiuola) fino al 10 giugno ’28.
L’impatto con la città fu straordinariamente positivo: fra il 12 e il 14 novembre scrisse diverse lettere esprimendo una grande soddisfazione; ad esempio alla sorella:
Sono rimasto incantato di Pisa per il clima: se dura così, sarà una beatitudine. ... L’aspetto di Pisa mi piace assai più di quel di Firenze. Questo lung’Arno è uno spettacolo così bello, così ampio, così magnifico, così gaio, così ridente, che innamora: non ho veduto niente di simile né a Firenze né a Milano né a Roma ... in certe ore del giorno quella contrada è piena di mondo, piena di carrozze e di pedoni; vi si sentono parlare dieci o venti lingue, vi brilla un sole bellissimo tra le dorature dei caffè, delle botteghe piene di galanterie, e nelle invetriate dei palazzi e delle case, tutte di bella architettura. Nel resto poi, Pisa è un misto di città grande e città piccola, di cittadino e di villereccio, un misto così romantico, che non ho mai veduto altrettanto. A tutte le altre bellezze, si aggiunge la bella lingua. E poi vi si aggiunge che io, grazie a Dio, sto bene; che mangio con appetito ... (12 novembre ’27)
A Pisa Leopardi lavora alla Crestomazia poetica, frequenta i salotti di Sofia Vaccà, di Lauretta Cipriani Parra e di Isabel e Margaret Mason, e trascorre molto tempo con l’amico Giovanni Rosini, professore di eloquenza italiana nella locale università, che sottopone al suo giudizio il romanzo storico che stava scrivendo: La Monaca di Monza. Storia del secolo XVII (poi uscito presso Capurro, Pisa 1829).
Ma soprattutto, a Pisa Leopardi sente risorgere la propria vena poetica. Ne scrive a Paolina il 2 maggio ’28: “Io ho finita oramai la Crestomazia poetica: e dopo due anni, ho fatto dei versi quest’aprile; ma versi veramente all’antica, e con quel mio cuore d’una volta”: si tratta di Il risorgimento e di A Silvia.

